Una sera, ero in ritardo, con un asciugamano, inavvertitamente, ho urtato una preziosa bottiglietta di profumo, che è caduta. I pezzi sono stati raccolti, quasi tutti in un primo momento, altri nel corso del tempo, a mano a mano diminuendo le proporzioni dei reperti. Dopo un mese in un anfratto del pavimento è comparso un vetrino trasparente, ma nessuno l’ha raccolto. È passato altro tempo, ogni volta che entravo nel bagno lo vedevo e mi ripromettevo: «Prima di uscire lo raccolgo e lo butto», e nelle mie faccende lo tenevo d’occhio perché non se ne andasse o scomparisse tra le frange del tappeto o altro. Ma il bagno libera i pensieri e al momento di uscire dalla stanza un’altra memoria ne prendeva il posto, e il vetrino è rimasto e negli ultimi giorni è diventato un’ossessione, un’ossessione all’ultimo secondo regolarmente rimossa. E oggi mi sono impuntato, mi sono concentrato più di ieri e più dell’altro ieri e ce l’ho fatta: è stata una vittoria graduale di una memoria su altre memorie. Ho allungato la mano e con sorpresa il vetro non ha opposto resistenza: è stato docile, si è fatto raccogliere come se per tutto questo tempo avesse atteso me, il mio intervento. Adesso non so se per pietà, per un senso del dovere per rispetto o per amore l’ho posato sul nero della scrivania, davanti a me, e scrivendo lo contemplo e raccolgo la sua storia di cosa legata alla mia, e uno stesso appartamento ci contiene. Sono orgoglioso di averlo salvato e lui risponde alla luce e manda timidi bagliori. Ma io ci vedo dentro il firmamento e questa notte lo metto all’aperto e me lo guardo perché c’è la luna, perché ritorni, nella chiara altezza di cobalto, il cielo.
Nella nebbia che sempre mi accompagna e che non riesco a raccogliere, imparo a vedere i bagliori
ieri sera leggevo questa poesia e vedendo la tua foto, è tornata in mente
Il vetrino di Stefano Dal Bianco
RispondiEliminaUna sera, ero in ritardo, con un asciugamano, inavvertitamente, ho urtato una preziosa bottiglietta di
profumo, che è caduta. I pezzi sono stati raccolti, quasi tutti in un primo momento, altri nel corso
del tempo, a mano a mano diminuendo le proporzioni dei reperti. Dopo un mese in un anfratto del
pavimento è comparso un vetrino trasparente, ma nessuno l’ha raccolto.
È passato altro tempo, ogni volta che entravo nel bagno
lo vedevo e mi ripromettevo: «Prima di uscire
lo raccolgo e lo butto»,
e nelle mie faccende lo tenevo d’occhio
perché non se ne andasse o scomparisse
tra le frange del tappeto o altro.
Ma il bagno libera i pensieri e al momento
di uscire dalla stanza un’altra
memoria ne prendeva il posto,
e il vetrino è rimasto e negli ultimi giorni
è diventato un’ossessione, un’ossessione
all’ultimo secondo regolarmente rimossa.
E oggi mi sono impuntato,
mi sono concentrato più di ieri
e più dell’altro ieri e ce l’ho fatta:
è stata una vittoria graduale
di una memoria su altre memorie.
Ho allungato la mano e con sorpresa
il vetro non ha opposto resistenza:
è stato docile, si è fatto raccogliere
come se per tutto questo tempo
avesse atteso me, il mio intervento.
Adesso non so se per pietà, per un senso del dovere
per rispetto o per amore l’ho posato
sul nero della scrivania, davanti a me,
e scrivendo lo contemplo e raccolgo
la sua storia di cosa legata alla mia,
e uno stesso appartamento ci contiene.
Sono orgoglioso di averlo salvato
e lui risponde alla luce e manda timidi bagliori.
Ma io ci vedo dentro il firmamento e questa notte
lo metto all’aperto e me lo guardo
perché c’è la luna, perché ritorni,
nella chiara altezza di cobalto, il cielo.
Nella nebbia che sempre mi accompagna e che non riesco a raccogliere, imparo a vedere i bagliori
ieri sera leggevo questa poesia e vedendo la tua foto, è tornata in mente